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Il Monumento a Pier Fortunato Calvi

All’esterno del Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore, ai piedi della torre, è collocato il monumento celebrativo a Pier Fortunato Calvi. Progettato nel 1866 e concluso nel suo primo impianto nel 1873, il monumento è composto da una piramide di pietra di Castellavazzo con al centro il busto in bassorilievo in marmo del Calvi circondato dagli stemmi di Cadore (sormontante e decorato da fregi in bronzo di rami d’alloro), Zoldo e Agordo, i territori teatro dei moti del 1848. Sullo zoccolo sottostante è presente l’epigrafe “A Pietro Fortunato Calvi e ai prodi combattendo con lui per la patria indipendenza nel 1848”, ai lati sono collocate le epigrafi con i nomi dei patrioti caduti. A seguito di polemiche sui giornali locali in merito all’incompiutezza dell’opera i lavori vennero ripresi dal Besarel e il monumento fu ufficialmente inaugurato il 14 agosto 1875. A seguito della sconfitta di Caporetto nel 1917 il medaglione centrale con il ritratto del Calvi venne distrutto dagli Austriaci e fu in seguito sostituito da un’opera di Annibale De Lotto, suo discepolo, derivata dal modello in gesso del monumento presente nel Municipio di Forno di Zoldo.

Pier Fortunato Calvi

I moti del 1848 in Cadore sono inquadrabili nell’ambito degli scontri della Prima Guerra di Indipendenza. In occasione del sollevamento contro il dominio Austriaco nel regno Lombardo-Veneto anche il Cadore fu teatro di forti scontri fra i militari provenienti dall’Austria mandati come rinforzi a ricongiungersi con i corpi presenti a Belluno. I ribelli cadorini, circa 4000 uomini, volontari senza addestramento militare e male armati, ma, mossi dal forte sentimento patriottico, resistettero per oltre un mese. Erano guidati da Pier Fortunato Calvi (Briana, 15 febbraio 1817 – Lunetta, 4 luglio 1855), ex ufficiale dell’esercito austriaco, che abbracciò le idee risorgimentali dimettendosi dall’esercito e recandosi a Venezia nel 1848, dove era stata istituita la repubblica di San Marco. Nell’aprile del 1848 venne mandato da Daniele Manin in Cadore per guidare la resistenza cadorina, aggiudicandosi diverse vittorie; l’esiguità del contingente cadorino e l’incremento degli attacchi delle forze nemiche costrinsero alla resa intorno al 6-9 giugno 1848 e Calvi fu costretto a riparare a Venezia. In seguito alla rioccupazione austriaca di Venezia, Calvi, come molti altri patrioti fu costretto all’esilio, prima in Grecia e poi a Torino, dove entrò in contatto con alcuni dei principali rivoluzionari tra cui Giuseppe Mazzini. Proprio su indicazione di Mazzini, Calvi si preparò ad un’altra spedizione in Cadore nel 1853, insieme ad altri quattro compagni patrioti; la spedizione prevedeva un itinerario a nord delle Alpi che dalla Svizzera li portasse in Trentino per poi recarsi in Cadore, tuttavia, gli austriaci, avvertiti da un traditore, arrestarono il gruppo poco dopo aver varcato il confine austriaco in Valtellina. Tutti i compagni coinvolti nell’organizzazione dell’insurrezione bellunese, tra cui Don Sebastiano Barozzi, amico e mentore di valentino Panciera Besarel, vengono processati e condannati a morte per alto tradimento, ma l’unico ad essere giustiziato, il 4 luglio 1855 è Calvi. L’ultima dichiarazione di Calvi a pochi giorni dall’esecuzione dimostrano la sua dignità ed il suo spirito indomito: «Io, Pietro Fortunato Calvi, già ufficiale dell’esercito austriaco, ex colonnello dell’esercito italiano durante la guerra dell’indipendenza, ora condannato a morte per crimine di alto tradimento, vado lieto incontro a questa morte, dichiarando in faccia al patibolo che quello che ho fatto l’ho fatto di mia scienza, che sarei pronto a farlo ancora, onde scacciare l’Austria dagli Stati che infamemente ha usurpato. Chieggo che questa mia dichiarazione […] sia […] unita al mio processo, onde tutti sappiano che Pietro Fortunato Calvi, piuttosto che tradire la sua patria, offre il suo cadavere».

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Il Monumento a Pier Fortunato Calvi

All’esterno del Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore, ai piedi della torre, è collocato il monumento celebrativo a Pier Fortunato Calvi. Progettato nel 1866 e concluso nel suo primo impianto nel 1873, il monumento è composto da una piramide di pietra di Castellavazzo con al centro il busto in bassorilievo in marmo del Calvi circondato dagli stemmi di Cadore (sormontante e decorato da fregi in bronzo di rami d’alloro), Zoldo e Agordo, i territori teatro dei moti del 1848. Sullo zoccolo sottostante è presente l’epigrafe “A Pietro Fortunato Calvi e ai prodi combattendo con lui per la patria indipendenza nel 1848”, ai lati sono collocate le epigrafi con i nomi dei patrioti caduti. A seguito di polemiche sui giornali locali in merito all’incompiutezza dell’opera i lavori vennero ripresi dal Besarel e il monumento fu ufficialmente inaugurato il 14 agosto 1875. A seguito della sconfitta di Caporetto nel 1917 il medaglione centrale con il ritratto del Calvi venne distrutto dagli Austriaci e fu in seguito sostituito da un’opera di Annibale De Lotto, suo discepolo, derivata dal modello in gesso del monumento presente nel Municipio di Forno di Zoldo.

Pier Fortunato Calvi

I moti del 1848 in Cadore sono inquadrabili nell’ambito degli scontri della Prima Guerra di Indipendenza. In occasione del sollevamento contro il dominio Austriaco nel regno Lombardo-Veneto anche il Cadore fu teatro di forti scontri fra i militari provenienti dall’Austria mandati come rinforzi a ricongiungersi con i corpi presenti a Belluno. I ribelli cadorini, circa 4000 uomini, volontari senza addestramento militare e male armati, ma, mossi dal forte sentimento patriottico, resistettero per oltre un mese. Erano guidati da Pier Fortunato Calvi (Briana, 15 febbraio 1817 – Lunetta, 4 luglio 1855), ex ufficiale dell’esercito austriaco, che abbracciò le idee risorgimentali dimettendosi dall’esercito e recandosi a Venezia nel 1848, dove era stata istituita la repubblica di San Marco. Nell’aprile del 1848 venne mandato da Daniele Manin in Cadore per guidare la resistenza cadorina, aggiudicandosi diverse vittorie; l’esiguità del contingente cadorino e l’incremento degli attacchi delle forze nemiche costrinsero alla resa intorno al 6-9 giugno 1848 e Calvi fu costretto a riparare a Venezia. In seguito alla rioccupazione austriaca di Venezia, Calvi, come molti altri patrioti fu costretto all’esilio, prima in Grecia e poi a Torino, dove entrò in contatto con alcuni dei principali rivoluzionari tra cui Giuseppe Mazzini. Proprio su indicazione di Mazzini, Calvi si preparò ad un’altra spedizione in Cadore nel 1853, insieme ad altri quattro compagni patrioti; la spedizione prevedeva un itinerario a nord delle Alpi che dalla Svizzera li portasse in Trentino per poi recarsi in Cadore, tuttavia, gli austriaci, avvertiti da un traditore, arrestarono il gruppo poco dopo aver varcato il confine austriaco in Valtellina. Tutti i compagni coinvolti nell’organizzazione dell’insurrezione bellunese, tra cui Don Sebastiano Barozzi, amico e mentore di valentino Panciera Besarel, vengono processati e condannati a morte per alto tradimento, ma l’unico ad essere giustiziato, il 4 luglio 1855 è Calvi. L’ultima dichiarazione di Calvi a pochi giorni dall’esecuzione dimostrano la sua dignità ed il suo spirito indomito: «Io, Pietro Fortunato Calvi, già ufficiale dell’esercito austriaco, ex colonnello dell’esercito italiano durante la guerra dell’indipendenza, ora condannato a morte per crimine di alto tradimento, vado lieto incontro a questa morte, dichiarando in faccia al patibolo che quello che ho fatto l’ho fatto di mia scienza, che sarei pronto a farlo ancora, onde scacciare l’Austria dagli Stati che infamemente ha usurpato. Chieggo che questa mia dichiarazione […] sia […] unita al mio processo, onde tutti sappiano che Pietro Fortunato Calvi, piuttosto che tradire la sua patria, offre il suo cadavere».

Documenti

Lettera a Valentino Panciera Besarel da parte della ditta Bergamasco di Castellavazzo, che si occupava dell’estrazione e della lavorazione della pietra, nella tradizione dei cavatori e scalpellini di Castellavazzo, in merito alla realizzazione del monumento a Calvi, si approfondiscono aspetti legati alle dimensioni e relativi costi, è presente anche uno schema tracciato a penna con il bozzetto della struttura del monumento.

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Valentino Panciera Besarel patriota

Valentino Panciera Besarel era animato da forti sentimenti patriottici e anti-austriaci, era legato da stretta amicizia a don Sebastiano Barozzi, personaggio di spicco del Risorgimento bellunese, e realizzò numerose opere per celebrare sia gli eroi del Risorgimento che i valori dell’Italia unita, fra cui il celebre monumento a Pier Fortunato Calvi a Pieve di Cadore, il busto di Sebastiano Barozzi, la cornice “La Fratellanza Italiana” presentata, col fratello Francesco, alla prima Esposizione Nazionale italiana, quella del 1861 a Firenze, dove si trovava per essere sfuggito all’autorità austriaca che controllava il Veneto.

E proprio diversi brani di un’autobiografia che il Besarel detta alla figlia Giovanna, intitolata “Alcune memorie dettate da Valentin cav. Besarel. Venezia 12 marzo 1885″, dimostrano il suo forte sentimento patriottico ed i guai passati con l’amministrazione austriaca:

“Era nel maggio, quando fu fatta la resistenza nel Canale contro gli austriaci; e un drappello partiva alla volta di Selva, per battere in quei giorni gli ampezzani sul confine del Cadore. Mio padre ed io addoloratissimi di non poter seguire l’impulso del cuore, ma di dover starsene in casa, alla cura dei bambini e di mia madre, Antonio, che possedeva un piccolo schioppo da uccelli, partiva baldanzoso per il Canale, immaginandosi d’ammazzare tutti quanti gli capitavano.”

[Don Michelangelo (n.d.r)] diceva spesso che i maledetti tedeschi dovevano andare in fumo perché erano irreligiosi, e mille improperi, che non dovevano reggere in Italia, dove il S. Padre aveva tutte le facoltà umane e divine; e ripeteva che quand’anche fossero arrivati i Croati, lui gli avrebbe cacciati nel Maè, e incoraggiava tutti con simili promesse; e noi tenevamo pronto qualunque attrezzo per sostenere secondo noi la lotta contro i tedeschi.”

“[…] In quell’occasione andai anch’io nel territorio italiano: e quando fui passato al ponte di lago scuro [Pontelagoscuro] vidi per la prima volta la bandiera italiana e mi sentii le lagrime […]”

“Il Governo austriaco teneva conto d’ogni piccolo movimento e cercava d’impedire più poteva il nostro sentimento nazionale: venne nel mio studio a Belluno, col promettermi s’io fossi intervenuto ad un’esposizione a Vienna, ove v’era tanti privilegi pei veneti e che avessi dichiarato che accettavo le sue proposte; visto che non aderiva, mi chiese se interveniva a quella di Firenze; io lascia incerto, dicendo che non era preparato per nessuna esposizione; ma non credette e volle ch’io facessi la dichiarazione che, intervenendo a Firenze, lo facessi come suddito austriaco. Mi venne[ro] i brividi, scrissi il mio nome e sulla lista che doveva segnare la sudditanza austriaca scrissi un no: a questo si succedette mille minaccie e mille cose, lasciandomi poi libero.”

Documenti

Autografo di Giuseppe Garibaldi, probabilmente in occasione della visita a Belluno del 3 marzo 1867, sul retro di un biglietto da visita dell’atelier Besarel, conservato dall’artista a testimonianza del suo forte sentimento patriottico.

Cartolina postale inviata dal Besarel all’amico don Carlo De Luca di Borca di Cadore, datata 24.08.1889, con note relative a lavori del Besarel nella Cappella e ad un viaggio programmato passando per Cibiana, Pieve di Cadore e Auronzo, in modo da consegnare al Museo di Pieve un busto in terracotta che “ricorda il 48”, con mensola col leone di San Marco recante sul libro la scritta “W Italia, W Pio Nono, W Manin, W Carlo Alberto”.